Ambiente e Rifiuti

Rifiuti: non c’è solo l’inceneritore

I rifiuti indifferenziati sono ormai una quota minoritaria dei rifiuti prodotti. Occorre ragionare in termini di area vasta e reciprocità territoriale. Se Parma si fa carico degli indifferenziati di Reggio Emilia, Reggio smaltisca l’organico di Parma. Sfruttando l’opportunità del biometano

In queste settimane si è riaperto il dibattito sui quantitativi e la provenienza dei rifiuti trattati nel termovalorizzatore di Ugozzolo, nonostante da più di due anni  l’impianto sia di fatto autorizzato a funzionare al massimo carico termico e smaltisca, oltre ai rifiuti di Parma, anche quelli di Reggio Emilia.

Sia nel 2016 che nel 2017 (dati ARPAE), il termovalorizzatore ha bruciato circa 160.000 tonnellate di rifiuti, ben oltre quindi la soglia di 130.000 tonnellate della prima autorizzazione della Provincia, superata dalle successive disposizioni del decreto Sblocca Italia. Sorprende che l’amministrazione comunale se ne accorga adesso, visto che è da sempre a conoscenza di questi dati che sono per di più pubblici.

Il punto però è un altro. Tutto il dibattito si è fino ad oggi concentrato sul termovalorizzatore che smaltisce prevalentemente rifiuti solidi urbani indifferenziati più una quota variabile di rifiuti speciali. Ma da quando è stata avviata la raccolta differenziata spinta, i rifiuti indifferenziati sono ormai diventati una quota minoritaria, sia in termini quantitativi che di costi, del totale dei rifiuti prodotti.

Nel piano finanziario 2018 del Comune di Parma, si prevede di smaltire nel termovalorizzatore 20.234 tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati ad una tariffa di 128 euro per tonnellata per un costo totale di 2,59 milioni di euro, l’8% del costo complessivo di raccolta e smaltimento dei rifiuti.

Il quantitativo di rifiuti organici che si prevede di avviare a smaltimento è pressoché identico a quello dei rifiuti indifferenziati: 20.063 tonnellate per una tariffa unitaria di poco inferiore (111 €/ton.) e un costo complessivo di 2,23 milioni di euro.

I rifiuti organici prodotti a Parma vengono trasportati e smaltiti in un impianto di compostaggio situato a Carpi gestito dalla multi utility locale AIMAG. Se anche a Carpi sostenessero il principio “no ai rifiuti degli altri”, ci ritroveremo con l’organico per le strade della città e non sarebbe certo né un bel vedere né un bell’odore.

Il principio quindi non tiene, tanto più che Parma, fino all’avvio del termovalorizzatore di Ugozzolo, ha smaltito i propri rifiuti indifferenziati “a casa di altri”, se la “casa” sono gli ormai superati confini provinciali. Anche perché, se lo si volesse applicare coerentemente, bisognerebbe costruire in provincia di Parma un impianto di trattamento dell’organico, visto che al momento non ce n’è nessuno di taglia adeguata a coprire i fabbisogni.

Appare quindi più opportuno ragionare in termini di area vasta e di reciprocità territoriale. Se Parma smaltisce i rifiuti solidi urbani di  Reggio Emilia, Reggio potrebbe quantomeno smaltire i rifiuti organici di Parma, posto che il gestore è il medesimo e che a Reggio, in località Mancasale, vi è già un impianto di compostaggio da 50.000 tonnellate gestito da IREN Ambiente.

Questo impianto potrebbe essere potenziato utilizzando i terreni limitrofi su cui doveva sorgere il miracoloso impianto di trattamento meccanico biologico (TMB) che, a detta di alcuni, avrebbe fatto sparire i rifiuti di Reggio. Le cose sono andate diversamente, anche perché i miracoli difficilmente si avverano, e il terreno, costato a IREN svariati milioni di euro, resta tuttora inutilizzato.

L’opportunità di realizzare un impianto a servizio del bacino di raccolta di Parma e di Reggio nasce anche da uno degli ultimi decreti del ministro Calenda che, dopo anni di attesa, ha introdotto un sistema di incentivi per la produzione di biometano stanziando 4,7 miliardi di euro e rimuovendo gli ultimi ostacoli tecnico-burocratici per la sua immissione nella rete e per l’utilizzo per autotrasporto.

La frazione organica dei rifiuti rappresenta infatti un ottimo sostrato per la produzione di biometano, produzione che può essere effettuata, con opportuna impiantistica, a monte del trattamento finale di compostaggio, recuperando così oltre a materia anche un combustibile pulito che potrebbe essere utilizzato per alimentare i mezzi del trasporto pubblico, come già avviene in molte città del nord Europa,.

Un modello virtuoso di economica circolare che consentirebbe, sul piano ambientale, di ridurre le emissioni e l’utilizzo di combustibili fossili, e sul piano economico di garantirsi introiti sia dagli incentivi statali che dalla vendita di energia. Introiti che potrebbero essere utilizzati, oltre che per ammortizzare l’investimento, per ridurre considerevolmente l’attuale tariffa di smaltimento dell’organico.

I costi di raccolta e smaltimento dei rifiuti non sono infatti una variabile secondaria, posto che gravano soprattutto sui bilanci delle famiglie e degli esercizi commerciali. Un tema anche questo che nel dibattito attuale non pare essere affrontato. Dopo anni in cui il costo complessivo del servizio rifiuti è costantemente aumentato (oltre due milioni di euro l’incremento tra 2012 e 2018) è forse venuto il momento di invertire la tendenza. Ragionare in termini di area vasta, piuttosto che di anacronistici steccati provinciali, e considerare l’intero spettro dei rifiuti prodotti può aiutare anche su questo versante.

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