Politica nazionale

Candidature al Parlamento – Dal Partito Democratico al Partito di Renzi

Dopo lungo travaglio, esclusioni più o meno eccellenti, rinunce, passi falsi che non hanno risparmiato alcun schieramento sono finalmente ufficiali le liste dei candidati al Parlamento. Renzi ha dichiarato che la scelta dei candidati alle elezioni è stata “un’esperienza devastante”.

In casa PD c’era però a portata di mano uno strumento democratico di selezione delle candidature per evitare che questa esperienza fosse così “devastante” e non portasse alla ennesima spaccatura nella direzione nazionale del PD.  Uno strumento che è iscritto nello statuto del partito e che ha fatto la fortuna dello stesso Renzi, dapprima per la carica di sindaco e poi per quella di segretario nazionale. Questo strumento, va da sé, era ed è rappresentato dalle primarie.

Lo statuto tuttora vigente del PD parla infatti chiaro: per le cariche istituzionali monocratiche, come il sindaco o il presidente della Regione, la scelta delle candidature avviene attraverso le primarie. Per le assemblee rappresentative la selezione delle candidature “avviene ad ogni livello con il metodo delle primarie oppure, anche in relazione al sistema elettorale, con altra forma di ampia consultazione democratica”.

In linea con quanto stabilisce lo statuto e soprattutto con lo spirito originario del PD si potevano organizzare, per tempo, delle primarie di collegio per i seggi uninominali. Questo avrebbe garantito un’ampia consultazione democratica oltre alla rappresentatività territoriale dei candidati, che sarebbero stati selezionati sulla base del loro consenso tra gli elettori

Una volta definiti i candidati dei collegi uninominali, che esprimono solo un terzo dei parlamentari, ci sarebbe poi stato tutto lo spazio di manovra per la segreteria nazionale di ricomporre gli equilibri politici interni ed esterni nei listini proporzionali (che eleggono i restanti 2/3 dei parlamentari) tenendo conto degli alleati di coalizione, delle quote di genere e di quelle congressuali , nonché delle legittime candidature della società civile.

Un sistema di selezione misto che avrebbe, da una parte, coinvolto l’elettorato nella scelta dei candidati nei collegi uninominali, che restano quelli più riconoscibili e legati alla realtà locale, e dall’altro mantenute intatte le prerogative di indirizzo e di scelta politica della segreteria nazionale.

Ci si sarebbe in questo modo pure distinti dagli altri schieramenti, a cominciare dal cartello elettorale di Liberi e Uguali che non ha certo dato prova di uguaglianza e democrazia interna nella scelta delle proprie candidature.  Si è invece deciso di fare diversamente, ovvero come tutti gli altri, riconducendo tutto al vertice, senza che l’opzione delle primarie di collegio venisse mai presa seriamente in considerazione.

Il punto è che le primarie non sono soltanto una questione di metodo, ma di sostanza, in quanto sono la traduzione  operativa di uno dei principi che sta alla base della fondazione del PD: allargare la partecipazione dando voce e potere, oltre che agli iscritti, anche alle elettrici e agli elettori affidando loro le “decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico […] e la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali”.

E’ questo uno dei caratteri distintivi del PD che danno senso al suo chiamarsi Partito Democratico e che nasceva allora come antidoto all’autoreferenzialità delle segreterie o dei cosiddetti caminetti e come strumento per garantire, insieme alla partecipazione, il ricambio e il rinnovamento delle cariche e delle rappresentanze.

E’ su queste basi di indubbia novità ed apertura che tanta persone, me compreso, si sono avvicinate alla politica attiva aderendo per la prima volta ad una formazione partitica, con legittime speranze di potere incidere nelle scelte ed essere ascoltati.

Purtroppo, per le elezioni parlamentari, questi principi di partecipazione sono stati completamente disattesi. Non è un fatto sorprendente, piuttosto l’esito quasi scontato di una mutazione impressa da Renzi che va in senso contrario allo spirito originario del PD e verso una  forma partito leaderistica che alcuni commentatori hanno già da tempo battezzato il PdR, il Partito di Renzi. Le primarie restano come strumento plebiscitario per incoronare il leader, ma tutto il resto viene ricondotto alle decisioni del capo, nemmeno più a un caminetto, che presupponeva quantomeno un certo numero di persone.

Ora la posta in gioco in queste elezioni è molto più alta del destino e della organizzazione interna di un partito, per quanto importante come il PD. Ci sono in ballo la tenuta del paese e del progetto di integrazione europea, senza il quale l’Italia non ha alcun futuro. E principi e valori di equità, tolleranza, rispetto dei diritti, solidarietà per i quali si è combattuto e che devono essere ora con più forza riaffermati contro il razzismo, il nazionalismo protezionista, la ricerca dei capri espiatori, il montare di promesse populistiche che se mai realizzate ci porterebbero semplicemente alla rovina .

E’ per questo, e anche per il giudizio positivo che do dell’operato del governo Gentiloni e di gran parte della sua squadra, che non mancherà il mio voto e il mio impegno in campagna elettorale all’area politica e al partito a cui mi sento ancora di appartenere.

Ma è evidente che se la parabola evolutiva del PD impressa da Renzi non sarà presto invertita, di quel progetto politico chiamato Partito Democratico avviato con tante speranze nel 2008 e portato ai massimi di consenso dallo stesso Renzi nelle europee 2014 rischia, dopo le elezioni, di non rimanere nemmeno più il nome.

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