Sostenibilità e Green Economy, Suolo e Paesaggio

Zero Termico

Ho sempre avuto una passione per l’inverno. Quando andavo alle elementari conservavo nel freezer una palla di neve per ogni nevicata che veniva in città. E non erano poche. Sul davanzale avevo una piccola stazione meteo e ogni mattina, al rompere del buio, controllavo il tempo e la temperatura sperando di trovare la lancetta sotto lo zero. Se era sereno significava brina, bianchi arabeschi nel campo dietro casa, nei giardini, sulle auto. Se era nuvoloso si poteva andare a scuola sperando nella neve. Quando finalmente la neve arrivava, passavo ore al buio, alla sera, guardandola cadere sotto la luce dei lampioni, pregando che non smettesse e non si trasformasse in acqua.

Lo scioglimento, la pioggia sulla neve fradicia, lo sgocciolare dai tetti e dagli alberi lo vivevo come una vera e propria sofferenza. Se dopo una lunga nevicata si alzava lo scirocco, mi veniva voglia di chiudermi in casa, di abbassare le tapparelle per non assistere allo scempio, non guardare l’osceno disfarsi del manto bianco. Dentro di me tifavo perché il freddo potesse vincere sul caldo e fare tornare una nuova era glaciale.

Negli anni 70 c’erano buoni segnali: inverni freddi e nevosi anche in città, temperature minime record, ghiacciai alpini che avevano ripreso ad avanzare. Avrei dato qualsiasi cosa per rivedere, nell’alta Val Parma, il ghiacciaio del periodo wurmiano di cui parlava la guida naturalistica del De Marchi, la mia bibbia. Purtroppo il nostro Appennino era troppo basso, nessuna cima sopra i duemila, solo una buca sopra il Lago Santo, che non avevo mai visto, dove si diceva rimanesse la neve tutto l’anno.

Per fortuna c’erano le Alpi, luogo amato di vacanze, che conservavano ancora testimonianze vive delle antiche glaciazioni. Frigoriferi naturali dove le nevicate non si perdevano, ma si stratificavano l’una sull’altra formando ghiaccio che credevo perenne. Mi illudevo.

Negli anni successivi, dapprima gradualmente e poi in modo sempre più marcato, si sono moltiplicati i segnali che il clima stava andando in direzione opposta a quella auspicata. Inverni via via più miti, nevicate che si facevano rare ed effimere, perfino la brina scomparsa. Le montagne, le Alpi, che credevo un baluardo inespugnabile dell’inverno, anche loro subivano gli effetti della rimonta dell’aria africana. Sotto il calore di estati sempre più lunghe e calde, i ghiacciai cominciavano a ritirarsi, a perdere superficie e spessore, fino in molti casi a scomparire.

A partire dalla fine degli anni 90 il processo di riscaldamento ha avuto un’accelerazione quasi parossistica. L’estate del 2003, considerata allora un evento eccezionale, sta diventando per la pianura padana la nuova normalità, come ci attesta l’estate appena passata con ripetute massime sopra i 40 gradi e minime da paesi tropicali. Valori che parevano dei fuori scala assurdi sono diventati ordinari in meno di una generazione. Una velocità e un cambiamento che ai tempi della neve nel freezer nessuno poteva immaginare.

Ora non ho più un termometro sul davanzale. Controllo però sui siti meteo delle Alpi lo zero termico. E da lì misuro l’agonia degli ultimi ghiacciai, come se fossero corpi vivi che lentamente muoiono divorati dal calore, divinità cadute di un’epoca remota che davano acqua, candore, bellezza alle nostre montagne e di cui presto non rimarrà più traccia.

E come per la neve quando soffiava lo scirocco, ancora provo sofferenza, e rabbia e dispetto. Per quanto stiamo facendo al nostro pianeta, la nostra unica casa. Per quello che come umanità abbiamo innescato e che ci dimostriamo ora incapaci di controllare. E per i cambiamenti che stiamo causando nei paesaggi della nostra memoria che credevamo immutabili e che proprio per questo avevamo più cari, perché ci tenevano in contatto con il nostro passato.

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