La scandalosa vendita delle azioni di Fiere di Parma

Mercoledì 26 nell’ultimo punto all’ordine del giorno dell’ultimo Consiglio comunale dell’amministrazione Pizzarotti è stata portata al voto una delibera per la cessione di parte delle azioni di Fiere di Parma S.p.A. detenute dal Comune e dalla Provincia di Parma

Comune e Provincia di Parma detengono ciascuno il 28,08% delle azioni di Fiere, ovvero la maggioranza assoluta (56%) del capitale. Altri soci pubblici sono la Camera di Commercio (10,28%) e la Regione (5,08%). I principali soci privati sono Crédit Agricole (18,85%) e Unione Parmense Industriali (6,73%).

Con questa delibera inserita all’ultimo momento con un integrativo di urgenza, il Comune mette in vendita, anche per conto anche della Provincia, il 17% del capitale sociale in quote paritetiche dell’8,5%. Per rendere possibile questa vendita la delibera modifica anche un patto parasociale sottoscritto nel 2000 e vigente fino al 2020 con il quale i due enti si impegnavano a mantenere una quota di partecipazione non inferiore al 26% ciascuno, patto che aveva il fine di garantire sempre il controllo della maggioranza dell’azionariato.

Nella delibera si stabilisce inoltre che parte dei proventi derivanti dalla vendita delle azioni di Fiere saranno utilizzati per il piano di risanamento e sviluppo di SOGEAP, la società di gestione dell’aeroporto a larga maggioranza privata, in cui il Comune detiene una quota di minoranza del 5,91%. SOGEAP presenta infatti una perdita strutturale di più di 2 milioni di euro all’anno ed è in cerca di nuova finanza per andare avanti.

Ora, che la Provincia di Parma venda parte delle sue azioni in Fiere di Parma è comprensibile e anche giustificabile: con la riforma Delrio le sono state tolte le funzioni in merito a commercio, turismo e attività produttive. E i tagli draconiani imposti ai bilanci delle Province, costringono l’Ente a ricercare (disperatamente) risorse, anche attraverso la vendita di propri asset, pur di garantire le funzioni e i servizi che le sono ancora attribuiti, come le strade e l’edilizia scolastica. Basti dire che il fabbisogno di interventi di manutenzione sulla rete stradale provinciale è di 54 milioni di euro e che la Provincia ha a disposizione sul proprio bilancio solo 1 milione.

Non si capisce invece quale sia l’interesse strategico per l’ente Comune di vendere azioni, e ridurre la quota di controllo pubblico, di una società che va bene, fa investimenti, promuove nuovi eventi fieristici, chiude collaborazioni a livello internazionale e soprattutto fa utili. Il bilancio del 2016 che verrà a breve approvato dall’assemblea dei soci pare si chiuderà con utile di 7 milioni di euro.

Ora di fronte a questa situazione florida, Pizzarotti che fa? Su input dell’Unione Parmense Industriali (lettera del novembre 2016), con l’ultimo atto del suo mandato, decide di vendere un terzo della partecipazione del Comune riducendo il potere di controllo pubblico nel momento stesso in cui si deve rinominare il CdA di Fiere e stabilire se reinvestire o ripartirsi tra i soci l’utile di 7 milioni di euro.

Tutta questa fretta e urgenza di vendere, perfino in scadenza di mandato condizionando le scelte della futura amministrazione comunale, trova spiegazione con il fatto che a fine aprile 2017 scade appunto il consiglio di amministrazione di Fiere. Significa che i ruoli chiave nel prossimo CdA non li determineranno più come in passato il Comune e la Provincia, ma i soci privati.

In pratica il Comune, per fare un doppio favore, vende azioni di una società che va bene e di cui detiene una quota di controllo nel momento del rinnovo delle cariche (Fiere) per girare una parte dei proventi in una società in perdita strutturale (Sogeap) in cui è in minoranza e non conta niente sul piano della governance. Operazione, quest’ultima, in contrasto con la legge sulle partecipate che impedisce agli enti locali di mettere soldi nella gestione di società che risultano in perdita per più di tre anni consecutivi, come è il caso appunto di SOGEAP. E per bypassare tale vincolo, in delibera, si fa addirittura riferimento all’uso di strumenti di finanza derivata…

Nessun CdA di azienda privata si permetterebbe mai di fare un’operazione del genere in scadenza di mandato andando per di più contro gli interessi aziendali. Pizzarotti la fa invece fare al Comune, un ente pubblico che è di tutti e che guida pro-tempore ancora per pochi giorni, con l’unico interesse di fare favori e di avere gli appoggi che contano in campagna elettorale per garantirsi la propria poltrona.

Un film già visto con Iren, con gli asili e che ora si ripete con le Fiere. Cinque anni fa era partito promettendo la reinternalizzazione dei servizi e il rafforzamento del controllo pubblico sulle partecipate, ora promuove la privatizzazione di gioielli di famiglia come le Fiere con il rischio che il controllo se lo prenda un soggetto i cui centri decisionali non stanno nemmeno in Italia (Crédit Agricole).

Questo è il vero volto della rivoluzione normale di Pizzarotti: la disponibilità a subordinare gli interessi pubblici ai propri e a servire qualsiasi centro di potere esterno al Comune pur di rimanere dov’è. E svela anche la vera natura politica di Effetto Parma che non rappresenta un nuovo civismo, ma l’espressione di un vecchio opportunismo di potere, senza reale ancoraggio sociale ed ideologico e alcun progetto politico che non sia quello di rimanere nella stanza dei bottoni lasciando che siano altri a pigiarli.

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