Referendum costituzionale – Le ragioni del mio SI’

costituzione-della-repubblica-italianaPrima di leggerla, nutrivo alcune perplessità sulla riforma costituzionale e l’avrei votata soprattutto per senso di appartenenza alla mia parte politica, che l’ha promossa e votata in Parlamento. Dopo averla letta e avere seguito il dibattito di queste ultime settimane, devo dire che il mio SI’ sarà anche un SI’ convinto.

Che ci fosse la necessità di riformare la Costituzione, in particolare nella parte riguardante l’ordinamento dello Repubblica, è cosa sostenuta da decenni da tutti gli schieramenti politici, a partire dallo stesso centro-sinistra. Tutti da tempo concordano sul fatto che il bicameralismo perfetto sia anacronistico e vada superato per snellire il procedimento legislativo,  garantire maggiore stabilità al governo, ridurre il numero pletorico di parlamentari (940 contro i 530 degli USA) e i relativi costi.

Così come largo consenso riscuote l’idea che occorre semplificare i livelli amministrativi delle autonomie locali e mettere ordine nelle competenze tra Stato e Regioni per ridurre l’entità ormai abnorme del contenzioso, la frammentazione legislativa e le disparità territoriali nei costi e nella qualità dei servizi di base.

Si può sempre discutere in astratto per dire che si poteva fare di più e meglio. Ogni parte politica e ognuno di noi ha in mente la propria costituzione perfetta. Anche io ho la mia, con le province che vengono mantenute al posto delle Regioni.

Ma una forza di governo che non vuole rimanere paralizzata in attesa di un meglio che, come Godot, non arriverà mai, si deve occupare di ciò che è praticabile ed è possibile realizzare nel contesto politico dato, con la maggioranza che ha a disposizione, mediando fra le varie posizioni.

E dal mio punto di vista questa riforma, votata per sei volte dal Parlamento, rappresenta comunque un passo in avanti nella direzione da tutti, a parole, auspicata.

 

Le principali modifiche

Il bicameralismo perfetto viene superato con l’istituzione di un Senato di rappresentanza delle istituzioni territoriali, formato da 95 membri fra consiglieri regionali e sindaci, che non dà più la fiducia al Governo e che concorre alle funzioni legislative limitatamente alla costituzione, all’applicazione del diritto comunitario e all’ordinamento degli enti locali (art. 70).

Vengono posti limiti alla decretazione di urgenza (art.77) e viene messo un argine alla mala pratica parlamentare di inserire in fase di conversione in legge disposizioni che nulla c’entrano con l’oggetto del decreto.

Sono rafforzati gli strumenti di democrazia diretta attraverso l’introduzione del referendum propositivo e di indirizzo, la possibilità di abbassare il quorum per i referendum abrogativi, l’obbligo per il Parlamento di discutere e deliberare sulle proposte di legge di iniziativa popolare.

Sul fronte dell’articolazione dello stato (Titolo V), vengono tolte dalla costituzione le Province, di fatto già smantellate, ed eliminate le materie legislative concorrenti tra Stato e Regioni riportando alla Stato la competenza di stabilire disposizioni generali e comuni su materie come la tutela della salute, le politiche sociali, l’istruzione, il commercio con l’estero, la sicurezza alimentare.

Viene inoltre introdotta una clausola di supremazia che consente allo Stato di intervenire su materie di competenza regionale quando lo richieda l’interesse e l’unità nazionale. Ma al tempo stesso viene prevista un’autonomia rafforzata con la possibilità di delega di competenze dello Stato alle Regioni, con il bilancio in equilibrio, che ne facciano richiesta.

Questa del Titolo V è la parte della riforma che mi lascia ancora qualche dubbio, per l’evidente riaccentramento di poteri verso lo Stato. Ma è vero anche che la stagione federalista ha prodotto in generale un aumento dei costi e una grande frammentazione e disparità tra Regioni nell’erogazione dei servizi di base, dalla salute al trasporto locale.

C’è poi da considerare che la perdita di potere e competenze delle Regioni sono compensate dall’istituzione del nuovo Senato, una sorta di Camera delle autonomie locali:  se da una parte le assemblee legislative regionali non potranno più legiferare su alcune materie e dovranno attenersi alle disposizioni generali e comuni dello Stato (Titolo V), dall’altra i loro rappresentanti al Senato potranno concorrere alla determinazione di quelle stesse disposizioni nazionali (Titolo I).

Da questo punto di vista le modifiche introdotte dalla riforma rappresentano un tutto organico, che potrà essere o meno condiviso, ma che non può essere spacchettato in più quesiti referendari come alcuni sostenitori del “no” hanno, strumentalmente, proposto.

Così come non ha alcun fondamento l’allarme di una deriva autoritaria e dell’uomo solo al comando. Le prerogative del governo non vengono modificate e rimangono le stesse della costituzione vigente. L’unica cosa che cambia è che la fiducia sarà votata dalla sola Camera dei deputati.

Per evitare poi che vi possa essere un’egemonia della maggioranza della Camera nella determinazione degli organi di garanzia della Repubblica, ovvero il Presidente e la Corte Costituzionale, è stato previsto il voto congiunto di Camera e Senato e l’innalzamento del quorum per l’elezione del Presidente (art.84).

 

Il contesto politico

Non siamo quindi di fronte a un attentato alla democrazia del paese, come si è sentito dire, né ad uno stravolgimento dei principi fondanti della costituzione, che restano invariati. Il fatto è che nel dibattito nazionale il referendum è diventato soprattutto un elemento di contrapposizione politica, complice anche la campagna di personalizzazione condotta da Renzi.  Ciò che unisce l’eterogeneo fronte del no, prima ancora del merito della riforma, è la voglia di mandare a casa Renzi e il suo governo.

Non si può quindi sfuggire da una valutazione del contesto e degli esiti politici del voto. Non sono tra quelli che pensano che se vince il no ci sarà un tracollo del paese. Certo sarà una battuta di arresto e si dovrà ancora aspettare per anni prima di riuscire a modificare un assetto istituzionale che tutte le forze politiche giudicano inattuale, inefficiente e troppo costoso. Preoccupa però la totale assenza di un progetto politico alternativo che vada al di là del semplice vaffa, oggi strumento efficace per prendere voti, ma domani del tutto inadeguato per governare e affrontare un contesto europeo e internazionale sempre più “difficile”, dove paiono prevalere spinte centrifughe e antidemocratiche.

Da una parte abbiamo una riconoscibile compagine politica, una comprovata capacità operativa e di governo, un programma di riforme che, potrà piacere o non piacere, ma che cerca di smuovere il paese e tenerlo al passo con le nuove sfide senza derogare dai principi guida della nostra cultura e storia democratica. Dall’altra parte ci sono partiti e movimenti fra loro politicamente diversissimi con programmi, alla meglio, indeterminati e inattuabili, alla peggio, pericolosi e di certo non in sintonia con i principi e i valori della costituzione che pretendono ora di difendere. Non mi pare il caso di mettergli in mano il governo del paese per fare un dispetto a Renzi.

Anche per questo io voterò SI’.

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