• Referendum trivelle 17 aprile – Le ragioni per votare SI

    by  • 28/03/2016 • Ambiente e Rifiuti, Energia e trasporti, Sostenibilità e Green Economy

    Sul referendum per le trivellazioni in mare c’è molta confusione e disinformazione. Come troppo spesso accade il referendum sta diventando una questione strumentale per schierarsi pro o contro qualcosa, pro o contro qualcuno (in questo caso Renzi) a prescindere dal merito del quesito e dalle sue reali implicazioni. Difficile ad esempio pensare che la Lega sia stata colta da repentino sussulto ambientalista. Ma anche nel campo ambientalista si sta caricando il referendum di contenuti che non ha. Veniamo dunque al merito.

     

    IL CONTESTO: LA CORSA ALL’ESTRAZIONE

    A partire dall’ultimo governo Berlusconi c’è stato un chiaro indirizzo politico a promuovere e a favorire attraverso una deregolamentazione spinta la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi (metano e petrolio). Il governo Monti, per mano di Passera, ha lasciato in eredità un piano strategico per l’energia che prevede il raddoppio della produzione interna nazionale (non si sa sulla scorta di quali riserve note).

    trivelleIl decreto sblocca Italia del governo Renzi, in particolare l’art. 38, non faceva che rafforzare questo indirizzo esautorando Regioni ed enti locali da ogni competenza autorizzativa e di controllo, introducendo un meccanismo di proroga automatica delle concessioni e aprendo una corsia preferenziale per le nuove concessioni attraverso il riconoscimento del carattere strategico , indifferibile ed urgente per le attività di prospezione ed estrazione di idrocarburi. Una vera e propria autostrada amministrativa finalizzata a semplificare e favorire in ogni modo le attività estrattive.

    Diverse Regioni, gran parte delle quali governate dallo stesso PD, si sono opposte a queste disposizioni del Governo promuovendo e appoggiando 6 quesiti referendari finalizzati a smontare l’art. 38 dello sblocca Italia e a ristabilire il regime concessorio pre-vigente. Grazie a questa pressione e al lavoro condotto da alcuni parlamentari, il Governo ha fatto marcia indietro inserendo nella Legge di stabilità 2016 una serie di modifiche all’art. 38 dello sblocca Italia che di fatto recepiscono quasi in toto quanto richiesto dalle Regioni con i 6 referendum.

    Per questa ragione la Corte di Cassazione, che si deve pronunciare sull’ammissibilità del referendum, ha fatto decadere 5 dei 6 quesiti referendari. Ne è rimasto in piedi solo uno, forse il meno rilevante, e qui ci sarebbe da chiedersi perché il Governo non ha pensato di soddisfare le richieste anche di questo, evitando così una tornata referendaria che si è inevitabilmente caricata di altri significati politici. Veniamo però al dunque.

     

    IL QUESITO REFERENDARIO DEL 17 APRILE

    Per spiegare il referendum rimasto dobbiamo fare un passo indietro. Il testo unico per l’ambiente (D.Lgs. 152/2006) stabilisce che le attività di ricerca, prospezione nonché coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi sono vietate in tutte le aree marine protette e nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale. Sono fatti salvi i procedimenti concessori in corso e i titoli abilitativi (i.e. concessioni e autorizzazioni) già rilasciati per ricerca ed estrazione. Una panoramica delle piattaforme e delle attività di ricerca in essere la trovate in questo chiaro documento di Legambiente

    mappa-trivelle-2016Lo Sblocca Italia ha integrato il testo unico con una frasettaI titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”. Ebbene il referendum per il quale si è chiamati a votare il 17 aprile chiede di abrogare questa frase: se vince il SI’, si torna al testo unico dell’ambiente e le attività di ricerca ed estrazione in essere nelle zone marine entro 12 miglia cesseranno alla scadenza della concessione già rilasciata (eventualmente prorogabile a norma di legge), invece di proseguire anche oltre i termini di concessione per la durata (indeterminata) di vita utile del giacimento.

    Quindi dall’esito del referendum non dipende se ci saranno o non ci saranno nuove trivellazioni nelle acque costiere, perché queste sono già vietate dalla legislazione vigente, al netto delle concessioni di ricerca ed estrazione esistenti. Potrà invece cambiare la durata di queste attività.

    In caso di vittoria del SI’ si avrà un termine certo, dato dalla durata delle concessioni (trentennali) e delle proroghe previste per legge. In caso contrario le attività proseguiranno fino all’esaurimento dei giacimenti senza un termine temporale definito. Il referendum non incide in alcun modo sulle trivellazioni in mare oltre le 12 miglia e su quelle su terraferma, per le quali restano valide le disposizioni di legge vigente.

     

    LE RAGIONI DEL SI’ – IL MERITO GIURIDICO

    Non si può dunque dire che se vince il SI’ si fermano del tutto le trivellazioni, mentre se non passa si darà il via libera a trivellazioni incontrollate. Ci sono però due buoni ordini di motivi per andare a votare e votare SI’ al referendum. Il primo di stretto merito ha natura giuridica prima ancora che ambientale. I beni appartenenti allo Stato possono essere sfruttati dal privato solo in regime di concessione, concessione che deve avere una durata e un termine, calcolato in modo tale da garantire il ritorno dell’investimento al privato.

    Togliere la scadenza temporale lasciando la possibilità di appropriarsi di una risorsa pubblica a tempo indeterminato “fino al suo esaurimento” introduce un regime di privilegio che non esiste per nessun altro tipo di concessione statale. Sarebbe come dire ai concessionari delle autostrade che la loro concessione vale fintanto che c’è traffico. Un vero e proprio regalo, senza alcun ritorno per lo Stato, la cui legittimità rispetto al diritto comunitario è inoltre tutta da dimostrare.

     

    LE RAGIONI DEL SI’: IL MERITO POLITICO

    La seconda ragione per votare SI’ è più di natura politica e riguarda la strategia energetica che come Paese vogliamo davvero perseguire. La produzione di gas nazionale è in costante calo. Tra il 1998 e il 2015 si è ridotta di quasi il 70%. Nel 2015 sono stati estratti 6,8 miliardi di metri cubi, pari al 10% del consumo nazionale.

    Ora io non sono contrario in assoluto ad incrementarla, sempre che ve ne siano le potenzialità, se questo ci consente di ridurre la nostra dipendenza dalla Russia e dall’Algeria. Ma questo deve avvenire senza mettere a rischio ecosistemi delicati come le coste ed altri settori produttivi (turismo, pesca). E soprattutto deve essere inserito in un deciso percorso di transizione energetica verso le fonti rinnovabili e la riduzione delle emissioni che punti a rottamare i combustibili fossili e a de-carbonizzare l’economia.

    Purtroppo questo percorso si fa ancora fatica a vederlo. Anzi si cerca in tutti i modi di fare favori a chi estrae idrocarburi e si mettono invece i bastoni fra le ruote a chi lavora sulle rinnovabili. E’ il caso ad esempio del biometano prodotto a partire da matrici organiche come sottoprodotti e scarti dell’agricoltura e dell’agroindustria, fanghi di depurazione, rifiuti organici. Secondo uno studio del Consorzio Italiano Biogas nel nostro paese c’è un potenziale produttivo di circa 8 miliardi di metri cubi di biometano, un valore superiore all’attuale produzione di gas naturale.

    Oltre ai benefici ambientali connessi con la riduzione delle emissioni e la valorizzazione energetica di biomasse di scarto, ci sarebbero ricadute positive sul piano economico ed occupazionale. L’Italia è leader nella tecnologia e nell’impiantistica per la produzione e distribuzione di gas ed ha la rete più sviluppata a livello europeo. Ma mentre in Danimarca e Svezia gli autobus viaggiano già tutti a biometano, da noi la filiera non parte. E non parte per questione normative.

    Il decreto del 2013 che doveva promuoverne la produzione in realtà la vieta per tutte le matrici non agricole in attesa di standard di qualità europei di là da venire. Ed anche per le matrici per cui è concessa la produzione non si riesce comunque a partire perché manca l’apparato regolativo che consente di immettere il biometano in rete e di certificarne la qualità. E il fatto che manchi nonostante le reiterate richieste delle associazioni di settore non è un caso.

    Da un lato abbiamo quindi le corsie preferenziali per chi estrae idrocarburi, dall’altro gli ostacoli per chi cerca di sviluppare la produzione di rinnovabili. Una chiara strategia, ma di segno opposto rispetto a quello di cui abbiamo bisogno.

     

    IL MIO VOTO

    E’ soprattutto per questo motivo che il 17 aprile io andrò a votare al referendum e voterò SI’. SI’ perché non voglio che sia fatto un favore a chi non ne ha bisogno senza alcun ritorno per lo Stato. SI’ perché voglio un deciso cambio della politica energetica nazionale: le semplificazioni e le corsie preferenziali facciamole per le rinnovabili sostenibili, per il risparmio e l’efficienza energetica; non per i combustibili fossili.

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