• Perché dobbiamo sentirci Charlie

    by  • 16/01/2015 • Europa, Lavoro e Società

    JesuisCharlieDopo la prima ondata emotiva in cui a prevalere è stata l’identificazione con le vittime degli attentati di Parigi, si sono in seguito moltiplicati i distinguo e le prese di distanza dalla frase in cui milioni di persone si sono a caldo riconosciute: Je suis Charlie. Chi prende ora le distanze ritiene che Charlie Hebdo, con le vignette su Maometto, abbia oltrepassato i limiti della libertà di espressione offendendo cose sacre come la religione e la fede di più di un miliardo di persone. Anche Papa Francesco, dopo una prima dichiarazione in cui esortava i leader islamici a condannare “ogni interpretazione che giustifica la violenza”, ha fatto capire di non sentirsi tanto Charlie perché sul sacro e sugli affetti, esemplificati dalla figura materna, non bisogna offendere né scherzare altrimenti ci si deve aspettare di ricevere un pugno.

    Ora io non ho apprezzato in passato le vignette di Charlie su Maometto, le ho trovate di cattivo gusto, inutilmente e gratuitamente offensive. E in generale non apprezzo la satira su temi e simboli che riguardano appunto il sacro, la fede, qualunque essa sia. Sono questioni delicate che vanno a toccare nell’intimo le persone che vi credono e che andrebbero per questo tenute fuori dalla satira più feroce che dovrebbe occuparsi di desacralizzare totem più mondani come i politici o i finti valori del nostro tempo.

    Ma questo non vuol dire che io non mi senta Charlie. Anzi, lo sono convintamente. Dire e scrivere “Je suis Charlie” non significa infatti identificarsi o apprezzare la satira che ha fatto e fa Charlie Hebdo. Significa ribadire il principio di libertà di espressione che deve valere anche e soprattutto quando non si é d’accordo. É il principio ben esplicitato da Voltaire: combatto la tua idea diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi a prezzo della vita perché tu la possa liberamente esprimere.

    Ora é chiaro che questa libertà di espressione non é assoluta: ci sono dei limiti definiti dal principio stesso di libertà per il quale non si può ledere quella degli altri. Nel campo della libertà di espressione, questi limiti trovano traduzione in istituti giuridici e relativi reati come la blasfemia, l’oltraggio, il vilipendio o la diffamazione. Quand’è che la satira diventa blasfema e diffamatoria é cosa che dipende dalla sensibilità e dalla cultura di una determinata società in un determinato momento storico, così come interpretate, non dal singolo individuo, ma da chi è demandato a giudicare per conto della collettività.

    Pur non essendo credente, trovo personalmente alcune vignette di Charlie oltraggiose se non blasfeme. Anche la comunità islamica francese al tempo della loro uscita le considerò tali e fece ricorso alla giustizia della République. I giudici non ritennero vi fossero gli estremi per la blasfemia e il giornale non fu sanzionato o obbligato a ritirarle. La sentenza può non trovarci d’accordo, ma in uno stato di diritto è quello che conta, come ha riconosciuto un esponente della comunità islamica in un dibattito alla TV francese. Ad alcuni di noi e ai credenti musulmani le vignette potevano non piacere ed essere soggettivamente considerate lesive, ma per la République, potevano circolare.

    Il che non significa che le vignette di Charlie rappresentino il pensiero dei francesi o degli europei su Maometto e sull’Islam. E’ questo un aspetto cruciale che i fondamentalisti non riescono e non vogliono cogliere perché alieni a una società aperta e plurale dove le responsabilità sono individuali e non collettive. Consentire la pubblicazione e la circolazione di quelle vignette, così come di altre milioni di forme di espressione, non vuole dire condividerle come collettività. La libera circolazione di idee e di persone non è un avvallo dei loro contenuti o comportamenti.

    Charlie pubblicava poco più di 50.000 copie in un paese che ha più di 60 milioni di abitanti. Nessuno era obbligato a leggerlo e a condividerlo, come avviene invece nei paesi dove vige la Sharia in cui tutti devono conoscere e condividere i precetti di un unico libro e non è concepibile la libera coesistenza di una fede e di un pensiero diverso.

    Ecco, direi che noi Europei, più che fare dei distinguo sulle vignette di Charlie, dobbiamo preoccuparci di questo, dell’attacco che viene ai nostri valori fondanti di libertà, valori che devono essere invece incessantemente e senza esitazione ribaditi e difesi, a maggiore ragione quando ad essere colpita è una piccola voce dissonante e per alcuni anche sgradevole. E’ proprio quella voce che più di altre dobbiamo difendere riconoscendoci nella sua e nella nostra libertà di espressione.

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