Emilia Romagna

Alla conquista del consenso perduto

regione13Le primarie di domenica scorsa, per quanto siano state poco partecipate, hanno almeno il pregio di avere fatto chiarezza. Dopo una travagliata vicenda, con candidature ritirate all’ultimo minuto e ombre incombenti di briscoloni, il PD e la sua coalizione hanno infatti individuato il candidato per la presidenza della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. Su questa candidatura bisogna ora lavorare, perché questo è lo spirito delle primarie.

Bonaccini però non deve fare lo stesso errore che il PD commise a Parma nel 2012. Le primarie infatti non si riducono ad un semplice esito aritmetico elettorale, ma esprimono anche dati politici che si manifestano con l’affluenza o con i risultati inaspettati di contendenti considerati “outsider”. A Parma Bernazzoli, dopo avere vinto le primarie con i medesimi rapporti di voto di Bonaccini, fece l’errore di considerare solo l’esito numerico del voto, ignorando completamente il forte segnale politico che emergeva dalla consultazione: una dirompente richiesta di rinnovamento che reclamava, oltre a un ricambio delle persone, un deciso cambio delle politiche, in particolare quelle di governo del territorio e di gestione dei rifiuti. Sappiamo tutti come poi andò a finire.

La situazione regionale è diversa, anche perché diverso è il sistema elettorale che non prevede, a differenza delle elezioni comunali, il ballottaggio. Ma se Bonaccini vuole ricucire la disaffezione del proprio elettorato, garantirsi un largo e convinto sostegno, ritrovare il consenso necessario per avere un mandato di governo pieno ed autorevole non può non tenere conto del principale dato politico emerso da queste primarie, insieme all’affluenza, ovvero il risultato inatteso del suo avversario Roberto Balzani. Il sindaco uscente di Forlì, in poche settimane, nel vuoto comunicativo, avendo contro praticamente tutti i cosiddetti “big” del partito e i segretari dell’apparato, è riuscito ad ottenere quasi il 40% dei voti, mobilitando una fetta importante della società civile attorno ad una proposta di radicale cambiamento delle politiche regionali.

I temi affrontati con schiettezza da Balzani, senza ambiguità, andando dritti al punto, sono stati tanti: dal superamento del centralismo dirigistico nella gestione del sistema sanitario, alla promozione di un metodo di governo che parta dai bisogni e dal coinvolgimento dei territori; dalla riaffermazione del ruolo del pubblico nella programmazione e nella gestione dei pubblici servizi al superamento delle commistioni tra politica e affari; dal ripensamento di opere autostradali di dubbia utilità e sicuro costo ed impatto, alla promozione delle infrastrutture ferroviarie e dei sistemi di trasporto metropolitani; dall’applicazione del consumo netto di suolo zero all’adozione di un piano dei rifiuti che punti al riciclo e al post-incenerimento.

Alla base di queste proposte la consapevolezza che il futuro della Regione non sta nella riproposizione, magari un po’ aggiornata, di un modello di sviluppo e di governo che non è più adeguato al nuovo contesto sociale ed economico e ad affrontare le sfide che ci attendono. La visione di Balzani è chiara: se vogliamo mantenere i livelli di benessere e di servizi che abbiamo saputo costruire in questi anni ci vuole un cambio di paradigma che parta dai reali bisogni dei cittadini e da una nuova concezione di economia e di sviluppo fondata sulla conoscenza, sull’innovazione, sulla sostenibilità. Un cambio che porta necessariamente a rimettere in discussione l’organizzazione e il ruolo della Regione e quelle scelte dell’era di Errani che guardano al passato.

Bonaccini, se vuole riconquistare il consenso perduto, deve ripartire da qua, facendo propri i temi e le proposte che hanno garantito il successo di Balzani.

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