Emilia Romagna, Politica nazionale

Le responsabilità di Bonaccini e la vittoria di Balzani

VITTORIA BONACCINI ELEZIONI PRIMARIEIl flop delle primarie del “centrosinistra” per il presidente della Regione (meno di 60.000 votanti) ha un preciso responsabile ed è chi le ha organizzate, ovvero il segretario regionale, che è la stessa persona che poi le ha vinte, Stefano Bonaccini. Al di là dell’evidente cortocircuito in cui l’arbitro è anche giocatore (cosa che si sta ripetendo a livello locale per le candidature al consiglio regionale), il problema nasce a monte, molto prima dell’ufficializzazione della candidatura di Bonaccini. E nasce subito dopo le dimissioni di Errani. Invece di procedere spediti ad organizzare le primarie, come prevede espressamente lo statuto del PD e come avrebbe dovuto fare il segretario regionale, si sono perse settimane di tempo a discutere se le primarie si dovessero tenere o meno, trastullandosi con il miraggio della candidatura unitaria.

Poi, quando grazie alla determinazione di Roberto Balzani si è capito che le primarie erano un passaggio obbligato, il segretario si è inventato le primarie di coalizione, una riedizione del centrosinistra con il PD affiancato da sigle di partito che tutte insieme faticano a rappresentare l’1% dell’elettorato. Obiettivo nascosto, ma neanche tanto: alzare a norma di statuto le soglie per la presentazione delle candidature in modo tale da restringere il campo a due soli candidati del PD. Un maldestro tentativo di tagliare fuori fastidiosi outsider. Di nuovo Roberto Balzani si è impuntato svelando il giochetto, e si è così fatta marcia indietro: primarie di coalizione sì, ma con le soglie di accesso molto più agevoli previste per le primarie del partito.

Nonostante lo smacco, Bonaccini non ha però desistito dal continuare a lavorare a discapito del buon esito delle primarie. Per evitare che ci fosse una più ampia partecipazione e, allo stesso tempo, per venire incontro ai tanti segretari provinciali che chiedevano garanzie per le loro candidature al consiglio regionale (di nuovo arbitri e giocatori), il segretario regionale ha pensato bene di inventarsi un regolamento ad hoc per impedire che lo stesso giorno delle primarie di coalizione per il presidente della Regione si tenessero anche primarie di partito (leggi PD) per la selezione dei candidati al consiglio regionale. Si è così rinunciato a un traino fondamentale che avrebbe garantito un’affluenza ben più alta e, cosa non secondaria, un percorso molto più lineare e trasparente nella individuazione dei candidati al consiglio regionale.

Queste vicende hanno fatto perdere ulteriori settimane che potevano essere utilizzate per lanciare una bella e convinta campagna di partecipazione. Altre settimane si sono poi perse con la “drole de guerre” tra i due candidati favoriti, il segretario Stefano Bonaccini e Matteo Richetti, che non si decidevano a scendere in campo, paralizzati dai tatticismi e dall’ombra incombente di un possibile briscolone calato da Roma. Quando poi Richetti ha rotto gli indugi trascinandosi dietro Bonaccini per reazione, è emersa la vicenda delle spese del consiglio regionale, vicenda che tutti conoscevano ma che non ha fatto altro che creare ulteriore confusione e screditare le stesse primarie. A quel punto la frittata era stata già fatta, dopodiché Bonaccini rimasto solo a sfidare Balzani per il ritiro di Richetti ha fatto di tutto per mettere la sordina alle primarie nella speranza che una bassa affluenza potesse andare, come è stato, a suo vantaggio. Ed ecco servito il flop, cercato e costruito dal vincitore.

A questo si deve aggiungere un altro fatto emerso in queste poche settimane di campagna: le elezioni del presidente della Regione hanno scarso richiamo sugli elettori, in particolare quelli non iscritti che non frequentano i circoli e le sedi di partito. Pochi sanno davvero cosa fa e a cosa serve la Regione e di conseguenza pochi trovano motivazione per mobilitarsi, andare a cercare i seggi, votare candidati che il più delle volte conoscono, quando li conoscono, solo di nome o per interposta persona. Questo dovrebbe fare riflettere anche sulla recente “riforma” delle Province: si è tolta rappresentanza diretta ad un ente, la Provincia, bene o male riconosciuto e sentito dai territori (chi non si autodefinisce con la propria provincia di appartenenza?) e non si è avuto il coraggio di intervenire sulle Regioni che, oltre ad essere il vero centro di aumento della spesa pubblica, sono anche il livello di governo meno sentito e percepito come più estraneo dagli elettori.

Nonostante la bassa affluenza, resta comunque il dato limpido e confortante del risultato di Roberto Balzani. Prendere il 40% dei consensi in queste condizioni di scarsa informazione e di ancor meno tempo, con praticamente tutti i sindaci, i parlamentari e i consiglieri regionali schierati con l’altro candidato, è un risultato comunque eclatante, impensabile quando Roberto, per primo, ha lanciato la sfida delle primarie per ridare prima di tutto dignità e trasparenza alla politica. Significa che un PD diverso è davvero possibile, che c’è un’ampia area di consenso autonoma e libera che si mobilita e si aggrega sulla base delle proposte e delle idee e non delle solite filiere di appartenenza. Questa area che Roberto Balzani oggi rappresenta deve ora rilanciare e fare sentire il suo peso nel programma e nell’indirizzo politico della futura Regione, portando le proprie idee e le proprie persone. Le primarie di domenica segnano da questo punto di vista una vittoria di Balzani e di chi ha creduto nel suo progetto e nel suo modo di fare politica. Sono una base di partenza, non certo un punto di arrivo.

 

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