Europa

Crisi ucraina: meglio avere un’Europa con una sola difesa e una sola diplomazia

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Avrebbe dovuto chiamarsi Comunità Europea di Difesa (CED). All’inizio degli anni ‘50 il progetto di un solo esercito e di un solo programma di difesa per l’Europa sembrava a portata di mano. Il Piano Pleven, dal nome del primo ministro francese di allora, prevedeva che venissero costituite sei divisioni che avrebbero formato l’ossatura dell’esercito europeo, sotto il comando Nato gestito da ministro europeo della difesa.

L’Italia fece la sua parte. De Gasperi e Altiero Spinelli proposero di affiancare alle forze armate europee una Comunità Politica Europea con il compito di controllare e indirizzare la politica estera e di difesa. Il 27 maggio 1952 fu firmato a Parigi il trattato di istituzione della CED che prevedeva “una Comunità Europea di Difesa di carattere sovranazionale comportante delle istituzioni comuni, delle forze armate comuni e un budget comune”.

Storicamente si tratta del primo tentativo di creare una autorità politica europea che fosse autenticamente sovranazionale. Tentativo abortito perché, due anni dopo, il 30 agosto 1954 i francesi fecero dietrofront: la ratifica fu respinta dall’assemblea nazionale francese per il voto contrario di nazionalisti e comunisti. Del trattato, già adottato da 4 Stati su 6, non si parlò più.

È stato un errore e un peccato. Non saprei come altro definirlo, soprattutto ora che l’Europa si ritrova una guerra pronta a esplodere alle sue frontiere. Una guerra che un esercito, ma soprattutto una difesa europea avrebbero potuto scongiurare mesi fa, intervenendo con polso fermo tra Kiev e Mosca. L’Europa potenzialmente possiede tutti gli strumenti per farsi valere in campo internazionale. La crisi Ucraina mette in evidenza invece la debolezza della UE come attore politico per la mancanza di una politica estera e di difesa comune. Mentre gli Stati europei procedono in ordine sparso in funzione degli interessi nazionali coinvolti e finiscono per pesare per le loro dipendenze e debolezze.

La crisi ucraina è il caso disgraziato che conferma la necessità di completare l’edificio dell’integrazione europea, unendo i 28 eserciti e le 28 politiche estere attuali. C’è bisogno di ambasciate e corpo diplomatico comune, puntando anche ad avere un seggio UE nel consiglio di sicurezza dell’ONU. Bisogna parlare con una sola voce. Ma come fare? Si può iniziare dagli Stati dell’eurozona e successivamente allargare agli altri. È un passaggio che va fatto, perché storicamente gli Stati nazionali si sono fondati sulla moneta comune e su uno stesso esercito.

Tra l’altro il processo di integrazione ci converrebbe anche. L’unione degli eserciti garantirebbe risparmi e economie di scala, maggiore efficienza e capacità di risposta (un solo centro di comando). Non avremmo, ad esempio, più Stati come l’Italia che, come accaduto con gli F35, attribuirebbero in maniera autonoma commesse al di fuori dei programmi europei di difesa (eurofighter). I dati relativi al 2013, forniti dall’International Institute for Strategic Studies, vedono la spesa militare statunitense a 582 miliardi di dollari davanti a Cina (112), Russia (68), Arabia Saudita seguiti da Regno Unito, Francia (57) , Giappone (51), Germania ( 44) e India (36). L’Italia si classifica al 13° posto con 26 miliardi di dollari.
La UE spende circa la metà degli Stati Uniti: 300 miliardi di dollari, che sono il 2% del Pil europeo (anche se ci sono state riduzioni notevoli).

Si vede bene che il Comitato europea di difesa è assolutamente attuale e che qualunque progetto di integrazione europea non può prescindere da esso. Le elezioni del 25 maggio possono essere decisive anche su questo versante. Il Pse e il Pd, che potrebbe portare il numero più consistente di parlamentari in quel gruppo, hanno intenzione di accelerare il processo di integrazione e recuperare il tempo perduto.

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