Politica nazionale

Il vero problema dell’incontro Renzi Berlusconi

albertokordafidelgolfinIl vero problema non è che Renzi abbia incontrato Berlusconi. Nonostante sia un pregiudicato, l’uomo, purtroppo, rappresenta ancora quasi 8 milioni di elettori e comanda, perché questo è il termine, il gruppo parlamentare più grande dopo il PD. Gli esponenti del PD che dopo essere stati al governo con i voti di B. ora si stracciano le vesti, fanno quasi tenerezza tanto è palese l’ipocrisia. La loro indignazione nasce in realtà dal fatto di non potere essere più loro a decidere se e come fare accordi con B., sport a lungo praticato, meglio se di nascosto, con scarsissimi successi. Insomma nasce dal fatto di essere diventati minoranza e di dover ora assoggettarsi al sacro principio dell’unità che quando erano maggioranza non si stancavano di richiamare per tacitare e richiamare all’ordine quelli che allora erano minoranza. E capisco che la legge del contrappasso faccia male altrimenti Dante (un toscanaccio pure lui) non l’avrebbe cantata nell’Inferno.

Il vero problema è che Renzi non ha cercato l’accordo con il suo partito (che è organismo collettivo variegato e complesso) prima di incontrare B. Ha fatto l’opposto. Si è presentato da Berlusconi con tre proposte (cioé nessuna) mai realmente passate in direzione, ha trovato l’accordo sul modello che andava meglio a B. (pur essendo Forza Italia minoritaria rispetto al PD), modello tra l’altro ben lontano dal più volte vagheggiato sindaco d’Italia, e poi si è presentato al proprio partito chiedendo una ratifica a scatola chiusa di quanto scelto nei fatti da B., prendere o lasciare.

Ora questo è un problema non certo per le dimissioni di Cuperlo, una reazione che fa il paio con gli stracciamenti di vesti di cui sopra. È un problema perché rischia di incagliare da subito quella che pareva una decisa accelerazione di un processo di riforma istituzionale fermo da anni. C’è qui un problema di metodo, oltre che di merito, che non è una mera questione di principio come qualcuno vuole fare passare (con B. non si tratta, quando da sempre si è trattato), ma è una questione prima di tutto di natura pragmatica. Una questione del ‘fare’ per dirla con Crozza. Posto che l’obiettivo delle riforme istituzionali e della nuova legge elettorale è urgente e prioritario, la domanda da porsi è: la strategia messa in campo da Renzi è la più indicata per raggiungere i suoi fini che sono anche quelli auspicati dal paese? E’ quella con maggiori possibilità di successo?

La mia paura è che la risposta sia no. La mia paura è che la fretta di chiudere e la voglia di tirare subito in porta rischino già nel breve di rivelarsi controproducenti. Renzi è diventato segretario del PD con più di due milioni di voti, ma non dispone del controllo assoluto della maggioranza dei parlamentari del PD. E di questo ne deve tenere conto. Un leader di un partito organizzato e di massa quale è il PD deve sapere tenere insieme le varie anime e sensibilità. Deve certo dare degli strattoni, delle scrollate, delle forti accelerazioni, ma deve anche fare in modo di essere seguito. Altrimenti non solo produce spaccature (seppure rimediabili e qualcuna magari anche salutare). Ma soprattutto rischia di mancare il proprio obiettivo.

Che a Renzi piaccia o meno, leggi elettorali e riforme istituzionali si decidono in Parlamento. Avendo il PD la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e quella relativa al Senato io sarei partito da lì. Da un accordo interno da sottoporre poi alle altre forze. Cosa per la quale si era battuto con il suo sciopero della fame anche Giacchetti ottenendo alla fine, proprio su impulso di Renzi, il trasferimento della discussione sul DDL elettorale dal Senato alla Camera.

Partire dal pregiudicato può apparire una buona idea a tavolino, ma rischia poi di rendere la strada molto più impervia e difficile là dove si decide, ovvero in Parlamento, come dimostra la vicenda della candidatura di Marini (e ahimé Prodi, ma questa è un’altra storia). E siccome la politica, come Renzi insegna, non si misura sulle parole, e nemmeno sugli accordi verbali, ma sulle cose che si fanno, sorge il dubbio che le scelte fatte in questi giorni non siano state le migliori, alle condizioni date, per far sì che le cose che si vogliono si realizzino davvero.

Spero di essere smentito nelle prossime settimane. E spero anche che la discussione parlamentare porti al superamento delle liste bloccate, un chiaro retaggio berlusconiano. Perché non basta cambiare verso. Bisogna anche cambiare per il verso giusto.

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