• Pasolini, i forconi e i centri commerciali

    by  • 20/12/2013 • Lavoro e Società, Sostenibilità e Green Economy

    scritticorsariL’altra sera, dopo tanto tempo, sono andato a teatro a vedere ‘Na specie di cadavere lunghissimo‘, spettacolo ispirato alla figura (e alla morte) di Pasolini. Mentre ascoltavo il bravissimo Fabrizio Gifuni declamare con forza drammatica (e con quella seriosità e mancanza di ironia tipica del periodo) pagine tratte dagli Scritti Corsari, mi domandavo se aveva ancora senso, a quasi 40 anni dalla sua scomparsa, mettere in scena Pasolini. Ovvero se il messaggio di Pasolini, che non ho mai particolarmente amato, potesse essere considerato ancora attuale, ancora fonte di ispirazione per il presente o fosse piuttosto da considerare solo da un punto di vista storico, un intellettuale eclettico troppo legato al proprio tempo e luogo, a certe vicende e categorie politiche e sociali ormai superate. Se insomma quello spettacolo non fosse il retaggio di un’egemonia culturale (e non solo) di una generazione (e di una parte politica) che ha imposto le proprie categorie e la propria storia come canoni imprescindibili a quelle che sono venute dopo.

    Quando Pasolini scriveva i saggi che compongono gli Scritti corsari, la TV era in bianco e nero, non c’era Internet né i telefonini, c’era la guerra fredda, la DC, il PCI, il muro di Berlino. Nel mondo c’erano meno di 4 miliardi di persone (oggi siamo più di 7), la Cina era una nazione rurale che non aveva alcuna influenza sull’economia mondiale, la globalizzazione era ancora agli albori. In quegli anni un gruppo di scienziati del MIT di Boston, su commessa di Aurelio Peccei del Club di Roma, stavano modellizzando gli scenari futuri del pianeta e scrivendo “I limiti dello sviluppo”, un testo di gran lunga più visionario e attuale dei saggi di Pasolini sul potere del Vaticano, la Democrazia Cristiana, la cultura piccolo borghese.

    limits-to-growth Solo finito lo spettacolo, rientrando in bicicletta, nel freddo, ho pensato che sì, qualcosa di vero e di attuale c’era per cui valeva la pena mettere ancora in scena Pasolini, non solo come simbolo e interprete di un particolare periodo della nostra storia nazionale. E questo qualcosa era la sua critica della società dei consumi, la sua lucida e sofferta analisi della mutazione antropologica degli italiani (che non era solo degli italiani) da popolo di contadini a popolo di consumatori, il trionfo della merce e del consumismo come nuova religione e feticcio. Qualcosa di cui nessuno parla più, perlomeno non nel dibattito pubblico o nei media nazionali come faceva Pasolini.

    Quello stesso giorno a cavallo di pranzo avevo visitato il Parma Retail, un nuovo enorme tempio del consumo, un’astronave di ferro e vetro atterrata in mezza ai campi a fianco dell’inceneritore (un simbolo anch’esso della società dei consumi) con cento negozi, molti dei quali ancora da aprire, ristoranti, bar, sale giochi, piazze e strade pedonali, circondata da un parcheggio sterminato per centinaia di macchine. Un vero e proprio non luogo, senza storia e senza identità che non sia quella dei brand, dei marchi, delle catene commerciali, le stesse catene, con gli stessi allestimenti e gli stessi prodotti, che potremmo trovare a Berlino, Hong Kong, Lagos, Orio al Serio.

    Ambienti spaesanti che mi danno la nausea, che trovo alienanti per l’eccesso di offerta, di stimoli simultanei e concorrenti all’acquisto, spacciati per libertà di scelta quando invece sono condizionamento e spesso ansia e incertezza. Eppure, nonostante la crisi, la ridotta capacità di spesa, la moltiplicazione bulimica delle superfici di vendita, questi non luoghi continuano ad esercitare la loro forza di attrazione, continuano ad essere frequentati, prima ancora che per fare acquisti, per guardare la merce esposta e passare il tempo. Ed è questo quello che mi colpiva e mi colpisce di più. Vedere gente girare per i negozi senza avere davvero bisogno di qualcosa, per mera curiosità e noia, per riempire il vuoto di un pomeriggio o di una domenica con un acquisto salvifico, che desse un senso alla giornata.

    I centri commerciali sono di fatto diventati i templi di una nuova religione che ha scacciato i vecchi dei dove si passa la maggior parte del proprio tempo libero a confrontare i prezzi, a guardare la merce, a fare la fila alle casse, a vagare inebetiti dalla abbondanza di offerta. Una religione che non prevede giorni di riposo, che paradossalmente trova il suo culmine proprio alla domenica, in una compiuta desacralizzazione che Pasolini aveva già colto nello slogan pubblicitario della Jesus (il nome stesso una profanazione) “non avrai altro jeans all’infuori di me”.

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    Ed è questo culto della merce e del consumo che alla fine ha prevalso su tutto, superando le contrapposizioni ideologiche degli anni 60 e 70, permeando la nostra società, il nostro immaginario, il nostro modo di passare il tempo, di definirci e di dare perfino senso alle cose (che è lo scopo ultimo di ogni religione). E questa trasformazione, questa mutazione antropologica e culturale che Pasolini aveva intuito e anticipato è così profondamente compiuta, così discesa nella parte inconsapevole e profonda delle coscienze delle persone che nemmeno ce ne rendiamo più conto.

    Emblematica mi è così parsa un’immagine vista al telegiornale prima di andare a teatro: alcuni dimostranti del cosiddetto movimento dei forconi che riprendevano se stessi e le forze dell’ordine con l’I-pad e lo smart-phone, senza rendersi conto dell’intima contraddizione tra il possesso di questi oggetti e la protesta. Ai tempi di Pasolini si scendeva in piazza per chiedere, spesso in modo confuso e alla fine imperdonabilmente violento, un rovesciamento del potere in nome di una società diversa, più giusta. C’era alla base una critica della società in cui si viveva, dei suoi fondamenti e delle sue strutture e relazioni economiche di cui le istituzioni di potere erano solo una emanazione (una sovrastruttura per usare le categorie marxiste di quel tempo). Ma nell’attuale movimento dei forconi o presunti tali non si trova nulla di tutto ciò. Non c’è alcuna critica ispirata ad un’analisi della società e a un preciso progetto politico. Al netto delle infiltrazioni eversive e mafiose c’è solo la protesta disperata di chi non arriva alla fine del mese e sfoga la propria impotenza e frustrazione contro i politici ritenuti gli unici responsabili del proprio disagio economico e sociale.

    1387360673_forconi-romaQuello che chiedono non è una società diversa, più giusta, più equa, più sostenibile, quello che chiedono, al di là della cacciata taumaturgica dei politici inetti e corrotti, è di tornare ad avere un livello economico dignitoso, un adeguato potere d’acquisto per non essere estromessi dalla società dei consumi, dai suoi prodotti e dai suoi templi. La protesta non mette in discussione le strutture economiche e sociali e nemmeno le sovrastrutture, ma solo una parte dei rappresentanti di queste ultime, i politici, nuovo capro espiatorio di tutti i mali e i disagi. Si vuole cambiare l’autista (sempre che i politici lo siano davvero) senza mettere in discussione la macchina e non si capisce che non é un problema (solo) di autisti, è la macchina che va cambiata, nei suoi rapporti economici e produttivi e nei suoi fondamenti culturali e valoriali, avviando una contro-mutazione antropologica che riporti le persone a sentirsi prima di tutto cittadini consapevoli e non semplici consumatori.

    Insomma la critica della società dei consumi di 40 anni fa, manco viene concepita, tanto profondo e pervasivo è stato il cambio culturale che Pasolini vedeva allora attuarsi. Ed è questo a preoccupare di più. Perché il movimento dei forconi è appunto un mero movimento di protesta, cieco, senz’altro obiettivo della rimozione di chi sta al potere, e quindi anche facilmente strumentalizzabile e manovrabile contro bersagli di comodo e capri espiatori di turno. Pericoloso perché acefalo, nutrito solo dal senso di impotenza e frustrazione. Privo di una spinta ideale interna e perciò a rischio di essere eterodiretto. Qui quanto emerge è un vuoto disperato di cultura, di strumenti interpretativi della realtà, di capacità critica e propositiva, per dare una direzione e un senso a una giusta protesta, per costruire un modello alternativo.

    E allora forse il compito vero e principale della politica di oggi, oltre a quello di dare nell’immediato risposte operative ai bisogni delle persone, è ricostruire una cultura di cittadinanza, ripartire davvero dalla scuola, creare cittadini consapevoli e critici per costruire un modo diverso di stare insieme, di usare e distribuire le risorse, di costruire percorsi di senso alternativi a quelli del mero consumo.

    Tutto sommato, Pasolini qualcosa da dire per il presente ce l’aveva ancora. E ripensandoci non era poi così distante dagli scienziati del MIT: questi ultimi avevano affrontato gli impatti sull’ambiente e i limiti di crescita della società dei consumi a scala globale; Pasolini dal suo osservatorio si era concentrato sugli impatti e le trasformazioni che il consumismo stava producendo sulla cultura e l’antropologia degli italiani. Due facce, a scale diverse, di un’identica medaglia.

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