Politica nazionale

Renzi o Civati? La mia posizione per le primarie del PD

Bettega e RossiIn una lontana estate del ’78, giocando a calcio nel cortile di Ronco, mi ero dato il nome di Betros, sintesi di quello che doveva essere ai miei occhi l’attaccante perfetto. Questo nome un po’ esotico mi pareva un’invenzione originale e ingegnosa, ma perfino mio nonno, che di calcio non se ne intendeva granché, aveva capito che si trattava dell’unione delle sillabe iniziali dei due attaccanti della nazionale dei mondiali di Argentina: Bettega e Rossi.

Trentacinque anni dopo, un lasso temporale che fatico a capire come possa essere passato, non tiro più pallonate contro un muro. Il contesto e il “gioco” sono cambiati. Si tratta di scegliere chi sostenere per il congresso nazionale del PD. Potessi ancora baloccarmi con i nomi il mio candidato ideale sarebbe il connubio di due persone: Civati e Renzi. Entrambi hanno meno di 40 anni, si sono fatti e affermati da sé, al di fuori delle tradizionali filiere di cooptazione. Parlano il linguaggio del presente e guardano al futuro. Rappresentano e interpretano in modo complementare il rinnovamento. Quel rinnovamento indispensabile per recuperare la fiducia degli elettori e costruire una proposta politica convincente e al passo con i tempi.

Civati è più tecnico, più focalizzato sui temi e sui contenuti, sugli assist e sul gioco corale. Renzi è il bomber di razza, quello che sradica di potenza i palloni, magari passa poco la palla, ma tira sempre in porta. Sulla carta una bella coppia. Non è un caso che proprio da questa coppia sia partito il primo vero segnale di risveglio del PD con la prima Leopolda nel novembre del 2010.

Poi le loro strade si sono separate e ora siamo qua a dover scegliere in una situazione di forte polarizzazione, in cui prevalgono gli schieramenti e le logiche di appartenenza. E per me non è semplice. A differenza di molti renziani last-minute, impegnati nello sport italico dei posizionamenti e del salto sul carro, alle scorse primarie ho sostenuto e votato Renzi senza indugio. Ho apprezzato da subito il suo coraggio e la sua forza, la sua anima liberal, la sua sfida aperta a una nomenclatura di partito arroccata e ormai inadeguata. E resto convinto che con lui avremmo vinto agevolmente le elezioni. Ma avevo anche detto che se ci fosse stato Civati lo avrei votato. E alla fine così farò.

Si dice che in politica contino solo gli interessi. Che i rapporti personali stiano a zero. Non sono ancora arrivato a quel punto. Con Civati ci conosciamo da alcuni anni, mi ha sostenuto e aiutato nelle primarie per il Sindaco di Parma. E’ grazie o per colpa sua se ho ritrovato le motivazioni per restare a fare politica attiva nel PD in un momento in cui volevo mollare (Il nostro tempo, Bologna ottobre 2011). E queste cose, bene o male, per me contano.

Ma c’è dell’altro. I contenuti. La mozione di Civati, oltre ad essere la più articolata e completa, è l’unica che coglie e mette al centro delle politiche di rilancio economico e sociale il tema della sostenibilità. Non l’ambiente. Non lo sviluppo sostenibile. Ma la sostenibilità. Una cosa diversa. Un principio guida su cui la sinistra dovrebbe (ri) costruire la sua proposta politica per una società più equa e per un benessere duraturo, aperto a tutti, anche agli ultimi della Terra, quei miliardi di persone di cui ci ricordiamo solo in occasione di tragedie come Lampedusa.

Voterò quindi Civati per coerenza e per dare più peso, dentro al PD, a questo tema centrale per un partito riformista che voglia guardare al futuro e liberarsi del provincialismo congenito della politica nazionale. Ma al di là dei nomi, ciò che più importa, in queste primarie, è che alla fine vinca davvero il rinnovamento, a dispetto dei convertiti dell’ultimo minuto e delle inestirpabili dinamiche correntizie. Dopodiché tutti a terra a spingere il carro per fare in modo che le cose cambino cambiandole. Con l’auspicio che sotto nuove forme si ricomponga quel connubio che di fatto, il cambiamento, lo ha innescato.

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