• La mia posizione sull’inceneritore di Parma

    by  • 14/09/2013 • Ambiente e Rifiuti, Parma

    Quando sono in vacanza in altre regioni, mi piace acquistare i giornali del posto. Al di là delle notizie e delle informazioni utili che si possono trovare, è interessante vedere come vengono discusse e riportate questioni comuni a tutte le amministrazioni e comunità locali. Le buche nelle strade, la sicurezza, le frane, i servizi, gli investimenti pubblici. Quest’estate, come d’abitudine, sono stato per un breve periodo nelle Dolomiti. E come d’abitudine, al mattino, insieme alla stampa nazionale, mi sono letto l’Alto Adige, un bel quotidiano, con editoriali spesso di rilievo e pagine di cronache su Bolzano e provincia.

    La notizia principale di quei giorni era, neanche a farlo apposta, l’accensione del nuovo inceneritore di Bolzano, un impianto da 130.000 ton. (stessa taglia di quello di Parma) costruito a fianco del vecchio inceneritore all’uscita autostradale Bolzano Sud. Negli articoli a tutta pagina i toni che trasparivano erano alquanto positivi, quelli che di solito si usano per l’inaugurazione di opere pubbliche attese da tempo. Venivano evidenziate le innovazioni tecnologiche rispetto al vecchio impianto, gli accorgimenti estetici e architettonici, la produzione di energia elettrica e calore, gli sviluppi della rete di teleriscaldamento, i benefici connessi con la chiusura di discariche esistenti (Venosta e Pusteria).

    In un trafiletto di spalla erano riportate anche le prestazioni in termini di abbattimento delle emissioni sottolineando che “i valori limite previsti per legge non solo verranno rispettati, ma si registreranno valori di emissione di molto inferiori ai valori limiti dell’AIA” (Autorizzazione Integrata Ambientale). Seguivano una serie di dati: per le polveri 0,85 mg/Nmc contro i 5 mg autorizzati (10 il limite di legge); per le diossine 0,0025 mg/Nmc contro 0,01 autorizzato (0,1 di legge); e così via.

    Le istituzioni apparivano fiere dell’investimento realizzato e anche piuttosto smaniose di inaugurarlo (cosa che dubito accadrà a Parma). Non c’era notizia di un fronte ampio e organizzato di contrapposizione all’opera. Leggendo gli articoli pubblicati per più giorni, l’impressione era che l’impianto fosse ben spendibile in termini di consenso da parte degli amministratori (l’onnipresente e eterno Luis Durnwalder).

    Riporto questo come fatto di cronaca, non per fare un agiografia degli inceneritori o perché esprima la mia posizione (su cui dirò più avanti), ma per contestualizzare e relativizzare l’acceso dibattito al limite dello scontro che abbiamo conosciuto a Parma. In altri territori e comunità, come appunto a Bolzano, questo non è accaduto, pur essendo l’inceneritore dentro la città e all’imbocco della strada dei vini DOCG del Lago di Caldaro. E non si può certo dire che i sud-tirolesi, come in generale le popolazioni di cultura germanica, non ci tengano all’ambiente, alla salute e soprattutto al proprio territorio, il loro sacro Heimat. Evidentemente i bolzanini non ritengono l’inceneritore un attentato alla loro salute e alle loro rinomate produzioni enologiche (a 6 km da lì c’è la cantina di Terlano, una delle migliori in Italia per i vini bianchi).

    A Parma invece la questione dell’inceneritore è stata vissuta in certi frangenti come una questione di vita e di morte. L’inceneritore avrebbe avvelenato il latte per i nostri bambini, diffuso neoplasie, contaminato le produzioni tipiche. Allarmi rilanciati di recente da Beppe Grillo, con la solita pacatezza di toni e misura nelle parole, attraverso il megafono nazionale del suo blog. Fa piacere leggere sulla Gazzetta del 7 settembre una presa di distanza da questi allarmismi da parte di Pizzarotti. Se l’impianto è ben controllato, dice il Sindaco, i rischi per la salute e per la qualità dei prodotti agroalimentari sono minimi e in ogni caso “è sicuramente vero che la ricaduta dell’inceneritore è molto piccola rispetto al territorio” e le produzioni come il prosciutto di Parma possono stare “tranquille”.

    Parole dovute, visto che il Sindaco, se avesse evidenze di quanto affermato da Grillo, ha l’obbligo di emettere un’ordinanza per chiudere l’impianto in qualità di massima autorità sanitaria. Il fatto che abbia scelto di smentire invece di emettere l’ordinanza significa che queste evidenze non ci sono, come d’altronde riportato dai risultati del progetto Moniter, il più vasto e approfondito studio sanitario e ambientale sulle emissioni degli inceneritori. Fosse stato un Sindaco del PD a dire le stesse parole ci sarebbe chi avrebbe urlato subito che si sta barattando l’economia con la salute. Ma tant’è.

    Il problema vero è che queste parole arrivano solo adesso. Che durante la campagna elettorale, e anche dopo (vedi l’iniziativa di settembre 2012 Dies Iren) si è lisciato il pelo a quelli che sostenevano le posizioni di Grillo e che hanno contribuito non poco al risultato elettorale di Pizzarotti arrivando ad esprimere due assessori in Giunta. Si è baloccato una parte dell’elettorato con promesse palesemente inattuabili, salvo scoprire, una volta entrati nel ruolo istituzionale, che l’inceneritore era già costruito per più del 70% e non era possibile smantellarlo a meno di non mettere sul piatto risorse che il Comune non aveva o non aveva intenzione di mettere. Si sono spesi soldi pubblici per una battaglia legale rivelatasi perdente esponendo ulteriormente le casse comunali a richieste milionarie di risarcimento danni per fermo cantiere senza, dall’altro lato, fare nulla per ottenere un abbassamento delle tariffe e per rafforzare il piano dei controlli sanitari e della qualità dell’aria (il Comune è stato latitante nel tavolo provinciale con ASL e ARPA e non ha mai sottoscritto il piano di monitoraggio sanitario, quello che controlla anche le diossine per intenderci).

    Ma per chi ha creduto alle promesse farlocche di Pizzarotti, fare notare queste cose non si può. Sono “cazzate” come mi ha scritto qualcuno. Equivale a dichiararsi pro-inceneritore, d’altronde sono del PD e il PD, è noto, è il partito dell’inceneritore e tutti quelli del PD non possono che pensarla nello stesso modo. Il fatto che amministratori dello stesso PD siano alla guida dei Comuni italiani più vicini all’obiettivo rifiuti zero (Capannori, Ponte alle Alpi), abbiano deciso la chiusura di impianti di incenerimento (Reggio) e promosso progetti di legge e documenti per la rottamazione degli inceneritori (Forlì) non conta. Sulla questione dell’inceneritore, a Parma, le posizioni non possono che essere pro o contro, atteggiamenti critici ma che tengono conto dei dati di realtà, dei vincoli normativi e dei limiti di competenza delle istituzioni non sono ammessi. E d’altronde è questa la visione politica del movimento incarnato da Beppe Grillo: o con me o contro di me. O si è tutti acriticamente d’accordo o si è fuori, nemici e traditori di una sacra crociata.

    Non ho mai amato gli atteggiamenti fideistici, l’acritica adesione di parte. E non ho mai amato le affermazioni che prescindono dai dati di realtà. O che pretendono di ridurre ad unum problemi complessi e articolati che come tali vanno affrontati. Vengo quindi alla mia posizione sull’inceneritore che, di fatto, non è diversa da quella che avevo già espressa per le primarie del 2012. Non ho condiviso la scelta della sua realizzazione, ma non per gli allarmi che agita Grillo e che Pizzarotti ha in sostanza smentito (checché ne dicano i suoi accecati sostenitori), bensì perché la ritenevo e la ritengo una scelta programmatoria sbagliata che si poteva a suo tempo evitare.

    Dopo la chiusura del forno inceneritore del Cornocchio, quello sì tragicamente inquinante, si poteva e si doveva ragionare in termini di area più vasta, come minimo di bacino Enìa (Piacenza, Parma, Reggio Emilia), partendo dagli impianti in esercizio, dalle potenzialità residue delle discariche esistenti e dandosi obiettivi ambiziosi di riduzione, di recupero e di raccolta differenziata (benché la direttiva europea fosse ancora di là da venire). Al posto di costruire un inceneritore, Parma avrebbe potuto farsi carico del trattamento dell’organico prodotto nelle tre province in cambio del conferimento a Piacenza e a Reggio della quota decrescente del proprio indifferenziato.

    Ma non era facile, data la situazione impiantistica di Parma e i quadri normativi ai tempi in cui è maturata la scelta del nuovo inceneritore, tra l’altro condivisa da tutto l’arco politico e non certo solo dal PD. La genesi delle cose non è secondaria e chi si appresta a guidare un’amministrazione non può pensare di partire da zero: deve per forza di cose fare i conti con quello che trova, con le eredità del passato, nel bene come nel male. Con impegni e accordi che hanno un intrinseca inerzia temporale e che trovano attuazione ad anni di distanza da quando sono stati presi, all’interno di contesti politici, normativi e sociali che nel frattempo possono anche essere cambiati. Come nel caso dell’inceneritore.

    Il primo passo verso la sua realizzazione è stato il Piano provinciale di gestione dei rifiuti approvato nel 2005, ma preceduto da un lungo percorso di pianificazione partecipata che vide coinvolti tutti i portatori di interesse (fu fatta anche un’Agenda 21, strumento di partecipazione promosso alla Conferenza sull’ambiente di Rio de Janeiro, ormai andato nel dimenticatoio). Il piano, approvato all’unanimità, prevedeva la realizzazione di un inceneritore da 65.000 ton. individuando aree idonee per la sua collocazione. All’epoca Parma non aveva alcuna discarica o impianto di smaltimento ed esportava di conseguenza tutti i suoi rifiuti in altri territori, come accaduto fino ad oggi. Il quadro normativo prevedeva inoltre che ogni Provincia (in quanto ambito territoriale ottimale) fosse autosufficiente dal punto di vista dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani (RSU). E noi eravamo ben lontani dall’esserlo. Anzi non lo eravamo affatto.

    Tra il 2006 e il 2008, su richiesta dell’allora Enìa, il Comune approvò con vari atti la variante urbanistica che collocava ad Ugozzolo il futuro impianto. La stessa Enìa presentò domanda di autorizzazione ambientale integrata alla Provincia nel novembre 2007, autorizzazione poi concessa nell’ottobre del 2008. Nel 2009 viene depositato il progetto esecutivo (successivamente integrato) e nel luglio 2010 IREN presenta comunicazione di inizio lavori, lavori proseguiti fino ai giorni scorsi con alterne vicende, tra cui un fermo cantiere di 5 mesi nel 2011 su ordinanza dell’amministrazione Vignali, poi respinto dal TAR, per il quale IREN ha chiesto un risarcimento danni di 28 milioni di euro tuttora pendente.

    Al tempo delle elezioni comunali (aprile-maggio 2012) l’impianto era già in avanzato stato di costruzione, come successivamente ammesso dallo stesso Pizzarotti, e l’amministrazione comunale, anche volendo, non aveva strumenti amministrativi per bloccare il cantiere (l’ordinanza illegittima di Vignali ne è una dimostrazione). Un’alternativa “politica” poteva essere la ricerca di un accordo con IREN per la dismissione volontaria dell’impianto, ma in quel caso si sarebbero dovute trovare le risorse per ripagare la multiutility dell’investimento già fatto (circa 200 milioni di euro) e del mancato reddito, senza avere in mano un’alternativa impiantistica credibile ed attuabile in tempi utili (Reggio, con un percorso di progettazione avviato da tempo, ci metterà tra i 4 e i 5 anni a realizzare il nuovo TMB; nel frattempo può contare sulla disponibilità di discariche che Parma non ha). Con la situazione debitoria del Comune lasciata in eredità dalla precedente amministrazione, questa alternativa era impraticabile, senza contare che con la chiusura dell’inceneritore, Reggio non era più disponibile a smaltire i rifiuti di Parma. Il rischio reale, oltre all’esborso, era quello di andare in emergenza rifiuti, a meno di non spedirli su treni piombati in Olanda, un modo molto NIMBY e molto poco sostenibile di affrontare la questione.

    Per queste ragioni parlare di chiudere l’impianto era allora, alla meglio, perdere tempo, alla peggio prendere in giro gli elettori sapendo di farlo, come è puntualmente avvenuto. Dire questo non significa essere a favore dell’incenerimento come forma di smaltimento dei rifiuti. Significa semplicemente stare alla realtà dei fatti e non vendere illusioni a buon mercato come hanno fatto Grillo e Pizzarotti. Sarebbe bello per tutti partire da zero, non doversi misurare con le eredità delle precedenti amministrazioni (come il debito, o gli accordi urbanistici tutti riconfermati dalla Giunta Pizzarotti). Ma nel mondo reale, e in particolare in quello della pubblica amministrazione, bisogna fare i conti con i vincoli che decisioni passate (anche se non più condivise) generano sulle opzioni del presente.

    Detto questo, uscire dall’era dell’incenerimento resta una priorità. Le ragioni per me, prima ancora che sanitarie, sono di sostenibilità, non solo ambientale. Su un pianeta finito, con risorse limitate e costi energetici crescenti, non ci possiamo più permettere di sprecare materie prime ed energia, di perpetuare un modello di produzione e consumo usa e getta che ha ormai molti più costi che benefici ed in più è anche intrinsecamente iniquo. E’ indispensabile copiare la natura, chiudere quanto più possibile i cicli della materia e avviare un’economia e un sistema produttivo circolare fondato sul riuso e il riciclo. Questo il principio. Ora come conciliarlo con la situazione locale? Con l’avvio dell’inceneritore di Parma? Cambiando scala e priorità di azione.

    Nel dibattito/scontro che abbiamo avuto a Parma si è sempre ragionato in termini cittadini o al più provinciali. Ma questa scala è inadeguata. Sul piano della programmazione degli investimenti e degli impianti, così come del contrasto all’inquinamento atmosferico, bisogna pensare e agire almeno a scala regionale se non di bacino padano. Il nuovo piano di gestione dei rifiuti sarà, giustamente, realizzato a scala regionale. E’ in quel contesto che bisogna muoversi programmando la progressiva chiusura delle discariche e il progressivo spegnimento degli inceneritori, a partire da quelli più obsoleti e già ammortizzati, in funzione di stringenti obiettivi di riduzione dei rifiuti, di raccolta differenziata spinta e di riuso e riutilizzo.

    Sono questi gli obiettivi e le politiche che ho sempre sostenuto fin dalle primarie del 2011-2012 e che ho ribadito in più occasioni pubbliche e con azioni concrete, per quanto possano esserle quelle di un consigliere di minoranza, presentando in Consiglio comunale la mozione per l’adesione al progetto di legge regionale sui rifiuti attualmente in discussione in Regione (luglio 2012) e la mozione per la gestione diretta del servizio di raccolta in forma separata dallo smaltimento (marzo 2013). Gli stessi che si sostanziano nel documento di osservazione al Piano regionale dei rifiuti redatto da Alberto Bellini, assessore all’ambiente del Comune di Forlì (PD), che punta al 2020 a ridurre il numero di inceneritori in Emilia Romagna da 8 a 2 max. 3, attraverso un recupero da differenziata del 70% e il trattamento dell’indifferenziato con impianti TMB. Se per un inceneritore nuovo che apre se ne spengono, nel giro di alcuni anni, 5 di vecchia generazione è del tutto evidente che il bilancio a scala regionale non potrà che essere positivo e che si sta dando corpo alla fuoriuscita dall’era dell’incenerimento.

    Resta il tema delle emissioni a livello locale laddove gli impianti continueranno a sussistere, come a Parma. E su questo non bisogna transigere: massima trasparenza, massimo controllo, massima allerta. Esiste già un articolato piano di monitoraggio sanitario e ambientale condotto da ARPA e ASL nel quadro di una convenzione con la Provincia, i Comuni contermini e IREN. I dati di emissioni sono disponibili in continuo on-line e lo saranno anche su monitor esposti in luoghi pubblici. Se ci saranno sforamenti o evidenze di rischi per la salute, il Sindaco Pizzarotti, che nel Consiglio del 10 settembre ha espresso piena fiducia negli enti di controllo, avrà l’obbligo e il dovere di fermare l’impianto.

    Nel frattempo, però, farebbe bene a sottoscrivere la convenzione e a contribuire, in termini tecnici ed economici, al piano di monitoraggio. E farebbe bene a decidere, o forse sarebbe meglio dire a esplicitare, la politica di esercizio dell’impianto che intende portare avanti nelle sedi decisionali: ridurre drasticamente le tariffe dei rifiuti, garantendo il funzionamento dell’impianto per l’intero ciclo di vita alla massima potenza attraverso l’ampliamento del bacino di conferimento? o ridurre progressivamente i rifiuti smaltiti mantenendo il bacino di conferimento provinciale e puntando allo spegnimento anticipato dell’inceneritore una volta ammortizzato l’investimento?

    Sono scelte politiche che dipendono in gran parte dall’amministrazione comunale, in quanto azionista di IREN e soprattutto Comune di maggior peso dentro l’autorità di ambito preposta alla definizione delle tariffe e dei bacini di conferimento. Ce la si può anche prendere con il PD per il passato, ma per il futuro, con l’abolizione delle attuali province, le responsabilità sull’esercizio dell’impianto saranno tutte del Comune, compreso se si bruceranno o meno rifiuti provenienti da fuori provincia. E l’impressione è che Pizzarotti sia molto più “realista” e distante da Grillo di quanto osino immaginare i suoi consiglieri comunali, ai quali fino ad ora è sfuggito di essere loro al governo della città.

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