Europa

Abbiamo bisogno di più Europa, non meno

Venerdì ho ascoltato a Parma un grande politico, Guy Verhofstadt, ex primo ministro belga, capogruppo dei liberali e democratici al Parlamento Europeo. In un ottimo italiano Verhofstadt ha espresso un concetto molto chiaro e semplice, ma di vastissima portata: abbiamo bisogno di più Europa, non meno. È lo stesso concetto sviluppato nel libro scritto a quattro mani con il presidente dei verdi europei Daniel Cohn-Bendit (Per l’Europa – Manifesto per una rivoluzione unitaria – Mondadori) e che abbiamo ribadito come PD Parma in un recente incontro pubblico con il coordinatore regionale dei federalisti europei Michele Ballarin.

Verhofstadt ci dice in sintesi che la crisi economica finanziaria che ha colpito la zona dell’euro, con i casi eclatanti della Grecia, ma anche del Portogallo, della Spagna, dell’Irlanda e della stessa Italia, contrariamente a quanto ci viene raccontato dai capi di stato e dai media, non è colpa dell’Europa, ma al contrario della mancanza di Europa. Il progetto di integrazione, in particolare nella zona dell’Euro, è infatti rimasto a metà strada, non si è portato fino in fondo la necessaria integrazione fiscale con la creazione di un governo federale autonomo e di un ‘tesoro’ europeo in grado di emettere obbligazioni (eurobonds) e di garantire a tutti gli Stati membri lo stesso costo del denaro, mandando in soffitta il famigerato spread che impone in modo iniquo costi di interessi esorbitanti proprio a chi è più in difficoltà.

Davanti alla crisi, alle sfide della globalizzazione, al crescere di paesi come la Cina, l’India, il Brasile, gli interessi e gli egoismi nazionali degli stati europei hanno prevalso sul progetto di integrazione e unione. E a questo egoismo antistorico, a questa paura di cedere sovranità da parte di stati nazioni sempre più impotenti, sempre meno sovrani, sempre meno in grado di governare e incidere sulle dinamiche della globalizzazione, ha fatto seguito una campagna comunicativa mistificatoria: si è fatto credere alle opinioni pubbliche nazionali che le decisioni sulla austerità fiscale, sulle misure anti crisi, e dunque le relative responsabilità dei tagli e delle difficoltà economiche e di lavoro, fossero prese dall’Unione Europea, quando invece sono prese dagli stessi primi ministri dei vari stati membri secondo una logica intergovernativa che di fatto esautora l’unica istituzione europea democraticamente eletta, ovvero il Parlamento.

Sono i capi di governo e i ministri delle finanze dei 17 stati della zona euro che prendono le decisioni, votando all’unanimità, e non certo l’Unione Europea che di fatto non esiste come livello di governo e di rappresentanza politica autonomo. E sono dunque i singoli stati a portare per intero la responsabilità di quanto sta accadendo e dei rigurgiti anti-europei che si vanno diffondendo e rafforzando ovunque. Secondo Verhofstadt siamo di fronte a uno spartiacque, c’è bisogno di un cambio radicale e di un’accelerazione del progetto di unione politica a pena di andare verso la disgregazione e la marginalizzaziome a livello mondiale. Non è pensabile mantenere l’Euro senza cambiare gli Stati Nazioni: o si dà vita a una Europa politica postnazionale oppure la moneta unica sarà destinata a scomparire e con esso il suo progetto di integrazione.

Ci vuole quindi un’offensiva politica per avere ‘più’ e non ‘meno’ Europa. Una scelta decisa per un’Europa unita, piuttosto che una Unione divisa e anacronistica di Stati Nazione. Occorre in altri termini avviare con la nuova legislatura che si aprirà nel 2014 una transizione rapida e determinata verso un governo federale che sappia parlare con voce unica e propria (non quella cacofonica dei vari stati) su temi come l’economia, la difesa, la politica estera, la ricerca, che sieda e tratti nei consessi internazionali come le Nazioni Unite, che affronti le questioni della regolazione dei mercati finanziari, delle politiche ambientali, dell’approvvigionamento energetico, dell’immigrazione. Pensare di affrontare temi di portata globale che travalicano la dimensione nazionale chiusi ancora dentro confini e istituzioni ottocentesche non è solo anacronistico: è perdente, perdente per gli Stati, ma soprattutto per i loro cittadini che pensano di essere da questi ancora tutelati e rappresentati.

In realtà l’interesse dei cittadini europei nell’attuale mondo globalizzato non può che essere garantito da una Unione Europea vera e forte. La sfida è ora costruirla per portare a compimento quel progetto che ha saputo finora garantire 60 anni di pace e di prosperità.

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